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“In verità, non so nemmeno raccontare…”. Memoria e oblio nella narrativa di Franz Kafka

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Barbara Di Noi; prefazione di Bianca Maria Bornmann
262 pagine, 20 cm
2009 (Scriba, Studi, 2)

Attraverso l’analisi di tre opere (Il processo, Amerika, Descrizione di una lotta), l’Autrice ci restituisce il mondo narrativo kafkiano, un mondo sospeso tra i poli di insanabili antinomie. La lotta sembra infatti costituirne la cifra leggibile in filigrana. Come pure l’atemporalità, ovvero il radicale volgere le spalle alla fede nel progresso. In realtà, proprio l’atemporalità di quel mondo era poi la risultante di una precisa condizione storica, che aveva in sé i prodromi del nostro mondo attuale: la fine della tradizione, che questa venisse identificata con il decrepito impero absburgico o con l’ebraismo orientale, trova riscontro, sul piano del destino individuale, nella condizione dello Junggeselle, dello scapolo, che assurge in Kafka a vera e propria figura poetologica; in lui il venir meno del legame con il passato si fonde con l’impossibilità di rispecchiarsi nel volto del figlio.
La natura eminentemente visiva del mondo kafkiano, il suo costante carattere di messinscena, sul cui sfondo si muovono non già personaggi reali, a tutto tondo, bensì figure, ombre nate dalla dimidiazione di un Io che non possiede se stesso, può essere ricondotta ad almeno due ragioni: da una parte la scoperta, già fatta da Nietzsche, dell’impossibilità di un’espressione immediata di ciò di cui davamo per scontato il possesso.
Quello che credevamo più prossimo e nostro, la nostra stessa identità, si rivela in realtà irraggiungibile. Quanto affiora alla coscienza è già pantomima di segni, di significanti che distorcono il dato primario, lo mediano, lo deformano. Dall’altra la perentoria icasticità di immagini e situazioni, è il frutto di un ribaltamento del mondo interno verso l’esterno, oppure, nella formulazione di Gerhard Kurz, è una “nach innen gestülpte Außenwelt”: un mondo esteriore rovesciato all’interno. La figura del rovesciamento è infatti una costante della scrittura kafkiana; essa presiede tanto alla modalità espressiva, dove si configura prevalentemente come paradosso, quanto alla stessa struttura concettuale cui la scrittura è sottesa. Ribaltamento del positivo in negativo, della fine in principio e, soprattutto, dell’irripetibilità dell’inizio in eterna ripetizione: «Una volta verso sera, era la prima volta, era la millesima».

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