Come fronda in ramo

22.00

Forme e modelli della varietà nell’Italia dei volgari

Di Giuseppe Polimeni

«l’uso d’i mortali è come fronda / in ramo, che sen va e altra vene» (Paradiso, XXVI): attraverso questa allegoria, che riprende un’immagine di Orazio, Dante esplicita la sua riflessione sulle dinamiche del mutamento delle lingue, sviluppando l’idea che il fondamento della lingua persiste, anche se cambiano profondamente le manifestazioni evidenti, in relazione al gusto e alle vicende culturali.
Muovendo dall’immagine della vita cangiante della fronda, i saggi raccolti in questo volume affrontano alcuni momenti della storia dei volgari d’Italia tra XIII e XVI secolo; in primo luogo, viene indagata l’esperienza di un’area che ha per centro Milano, nel processo di transizione della scrittura in latino a quella in volgare e nella complessa fase di elaborazione dell’espressività poetica. Il tema del volgarizzamento duecentesco delle
retoriche classiche, poi, costituisce il punto di partenza di un’indagine sulla formazione del linguaggio poetico nel secolo XIII, con particolare attenzione alla funzione del dictator e, indirettamente, alla figura del notaio. Il percorso di codificazione del canone nel Cinquecento, infine, è osservato nei casi esemplari di Giovan Francesco Fortunio, impegnato nella fondazione (anche dantesca) delle “regole” della lingua volgare per la
letteratura, e di Matteo Bandello, che, “mettendo in scena” il Bembo in una delle sue più note novelle, discute, indirettamente, il canone proposto dalle Prose della volgar lingua.

Pag. 342

(Saggi Biblion, 5)

2019

ISBN 978-88-3383-007-0