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Nel suo volume, «L’illuminata imitazione», ampliato e ripubblicato in veste nuova da Biblion Edizioni, Ilenia De Bernardis dipinge il variegato universo del romanzo settecentesco, seguendone le tracce in un grand tour dall’Inghilterra all’Italia, con tratto magistrale e con un occhio critico aperto alle nuove prospettive della critica di gender, basata sulle differenze tra generi sessuali.

Una serie di lettere scritte alla famiglia da una giovane e attraente servetta di modeste origini per raccontare le proprie sorti e le difficoltà nel difendere strenuamente la propria virtù contro le ripetute ed esplicite avances del padrone: questa l’eroina nata dalla penna di Samuel Richardson che anima le pagine di Pamela, or virtue rewarded (1740), uno dei più celebri e precoci esempi di novel, romanzo moderno, che nasce nell’Inghilterra del XVIII secolo e che si diffonde poi, percorrendo come un brivido tutta Europa. Quando approda in Italia, assesta una scossa anche al rampante mercato editoriale italiano, inizialmente con una serie di “scartafacci” opera di “imbrattacarte” che traducono, rimaneggiandoli, gli originali inglesi, per dare poi luogo a una fiorente produzione letteraria di carattere autonomo e originale, che viaggerà lungo tutta la penisola.

Ma se la Pamela di Richardson, immersa nella società inglese settecentesca, tra quella classe borghese dinamica, dai confini ancora mutevoli e malleabili, e in pieno fermento, vede infine ricompensata la strenua difesa della propria virtù, grazie a un matrimonio che innalza il suo status sociale; quale potrà essere il destino dell’eroina, nel momento in cui questa donna virtuosa e insidiata viene trasferita nel cuore della società dell’Italia settecentesca? Un Paese in cui più che mai la censura cattolica fa sentire i suoi strascichi; in cui le pagine più apertamente scabrose vengono emendate dal traduttore – per evitare che il pubblico femminile si scandalizzi o apprenda comportamenti inadeguati –; in cui Pietro Verri scrive un libello di intento pedagogico per insegnare a sua figlia a essere l’angelo del focolare che tutti si aspettano, moglie devota e fedele, madre ed economa in grado di guidare al meglio la casa; in cui l’establishment culturale ancora si adegua a un paradigma culturale ben riassunto da Goldoni, nella sua trasposizione teatrale del romanzo di Richardson, laddove afferma che «niuno amerà per questo che il figliuolo, il fratello, il congiunto sposi una bassa femmina, anziché una sua pari», dando voce al diffuso adeguarsi della morale comune all’inopportunità di matrimoni “misti”, interclasse (tra l’altro all’epoca ancora vietati per legge…). Ecco dunque: potrà sperare, questa brillante cameriera, la Pamela italiana, di ottenere, per lieto fine, un matrimonio con il padrone che le consenta un innalzamento sociale?

«Convien presentarla [l’opera oggetto di traduzione] negli abiti e con quegli usi e con quelle nozioni e prevenzioni che sono meglio adatte al luogo dove si vorrebbe farla gustare», perché «solo una imitazione discreta e sensata può far gustare le opere degli autori stranieri.»

Carlo Goldoni, Lettera dell’«autore a chi legge», ne La scozzese