L’ultima parola pare sia
il frenetico battere delle ali
di falene che muoiono
sbattendo inutilmente contro i vetri
senza riuscire a ritornare libere.
“Poche figure della poesia italiana contemporanea si sono mantenute appartate quanto [Eugenio Grandinetti]. Privo di ogni evidente ambizione letteraria, lontano da gruppi, riviste, salotti, non sostenuto da editori nemmeno minimi, la sua parabola letteraria si è svolta tutta nell’ombra, sostenuta da un piccolo manipolo di amici e da qualche bolla della Rete (in particolare i blog “Moltinpoesia” e “Poliscritture”). Eppure, nel suo essere uomo modesto e defilato, poeta che non ha cercato la notorietà e che il successo non ha mai nemmeno sfiorato, brilla qualcosa che va al di là di un semplice esercizio espressivo o stilistico e si connette a un destino comune, a una dimensione tutt’altro che privata e solipsistica”
dalla prefazione di Paolo Giovannetti
Eugenio Grandinetti nacque il 20 marzo 1931 a Belsito. Qui Grandinetti ebbe un’infanzia felice fra i boschi del paese. Dopo il liceo classico, si iscrisse all’Università Federico II di Napoli, laureandosi in Giurisprudenza. Nel 1957 raggiunse a Milano il fratello medico, Paolo, e qui riprese nuovi studi universitari. Iscrittosi alla facoltà di Lettere alla Cattolica, si laureò nel 1966 e da lì iniziò così la sua carriera di insegnante. Fin da ragazzo Grandinetti aveva condotto in segreto una sua ricerca poetica, che cominciò a far conoscere a pochi amici attorno al 1973. Soltanto dagli anni ’90 iniziò a far circolare le sue poesie, dapprima confezionandole in raccolte autorilegate e più tardi leggendole in vari circoli milanesi o pubblicandole in riviste (“Confini”, “Il Faro”, “Il Monte Analogo”, “Inoltre”, “Laboratorio Samizdat”, “Poliscritture”, “Segnali”) e in edizioni autoprodotte. Eugenio Grandinetti morì a Milano il 3 febbraio 2019.
