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Il profilo del giornalista fascista Giorgio Pini (1899-1987) è rimasto per molti decenni nel cono d’ombra della riflessione storiografica sul periodo fascista, una condizione di marginalità derivante principalmente da tendenze interpretative che negavano al fenomeno una dimensione culturale e un’ideologia di riferimento. Malgrado le recenti e importanti acquisizioni in materia di cultura fascista, la traiettoria biografica di Pini è emersa soltanto superficialmente in un dibattito storiografico ormai estremamente ampio e articolato. Oltre a colmare alcune lacune sedimentatesi nel corso degli anni, lo studio relativo alla vita di Pini rappresenta un osservatorio privilegiato per analizzare lo sviluppo – tutt’altro che lineare – di una corrente culturale che considerava il periodo dello squadrismo come il serbatoio a cui attingere per indirizzare il futuro del fascismo, un orientamento sopravvissuto alla fine dell’esperienza fascista e che lasciò tracce nell’Italia repubblicana. Il vissuto del giornalista fascista consente inoltre di impostare una riflessione sia sulle radici della militanza fascista e sulle eredità lasciate dal Ventennio, sia sul fascismo inteso come rivoluzione antropologica, come progetto totalitario che in questo studio viene indagato da un angolo visuale differente, non più guardando alle politiche del regime, ma adottando la prospettiva di una figura attiva nell’agone politico e culturale della prima metà del XX secolo.



Niccolò Panaino (Legnano, 1993) ha conseguito il dottorato di ricerca in “Storia dell’Europa dal medioevo all’età contemporanea” presso l’Università degli Studi di Teramo. Attualmente è assegnista di ricerca in Storia contemporanea presso l’Università degli Studi di Ferrara e ha un incarico di docenza presso l’Università degli Studi di Milano. Si occupa principalmente della storia del fascismo e della sua dimensione culturale; i suoi interessi di ricerca comprendono anche la storia dell’ebraismo e del cattolicesimo italiano nell’età contemporanea.