I tempi verbali sono uno degli elementi che più a fondo condizionano la narratività di un testo. Da essi dipende il modo in cui gli eventi si dipanano, come i personaggi prendono forma e i contenuti di una storia arrivano a chi legge. Ma la scelta di un certo sistema di tempi verbali può anche legarsi a una poetica, tradire un’ideologia o configurarsi come una reazione – consonante o dissonante – rispetto al contesto culturale e mediale in cui si scrive. I saggi raccolti in Tempora provano a ragionare su queste e altre questioni, confrontandosi con diversi tipi di testo: dai classici della narrativa ottocentesca ai romanzi ipercontemporanei, dalle opere poetiche ai graphic novel. Nel far questo, integrano la prospettiva narratologica con idee e strumenti provenienti da altri ambiti di ricerca, fra cui la traduttologia, gli studi mediali, la stilistica e la storia letteraria. Ne emerge un quadro sfaccettato ma coeso, che nel suo insieme suggerisce la vitalità di un approccio al racconto che cerca di coniugare in modo virtuoso critica e teoria.
Concetta Maria Pagliuca è dottoranda in Filologia all’Università “Federico II” di Napoli con un progetto di ricerca sulla narrativa figurale italiana – uno studio narratologico sull’evoluzione delle forme di rappresentazione della soggettività negli ultimi decenni dell’Ottocento.
Filippo Pennacchio è ricercatore in Letteratura italiana contemporanea all’Università IULM di Milano. È autore di Romanzo global (Biblion 2018) e di Eccessi d’autore (Mimesis 2020).
